“L’esoscheletro presentava lo stesso colore scuro del cervo volante” di R.

9 06 2009

L’esoscheletro presentava lo stesso colore scuro del cervo volante e dal suo corpo tozzo spuntavano due lunghe e mobili mascelle, simili a quelle del cervo; quando si sollevò dal suolo, seguito a breve distanza da un secondo esemplare della medesima specie, ruotò di 45 gradi, puntò verso est piegando leggermente il muso e, raccolte le proprie forze, si lanciò rapido in avanti, scivolando sulla pianura.

Procedevano spediti nel cielo un po’ fosco del mattino primaverile volando sfalsati e mantenendo le distanze con l’elasticità che la piccola formazione richiedeva; seguivano il corso del fiume, ch’era fiancheggiato da basse case di paglia e fango dal tetto a cupola, marroni come l’acqua limacciosa che, scorrendo lenta in direzione opposta, fluiva verso ovest.

Visti dall’alto i miseri canali artificiali per l’irrigazione parevano solchi lasciati sul terreno dalle dita d’una mano, nel tentativo di convogliare l’acqua verso l’arida terra lontana dal fiume. Gruppi di case abbandonate, semi cadute, si alternavano ad insediamenti ben tenuti, cinti da muraglie in terra. Cancellate in ferro erose dalla ruggine serravano i cortili delle case e gli spazi comuni punteggiati da figure umane, mentre alcune vetture, in lontananza, arrancavano lungo strade sconnesse. Allontanandosi dalla città gli insediamenti, che inizialmente scorrevano in rapida e monotona frequenza, diminuirono sempre più, sino a scomparire del tutto. Oltre Salimi le due strane creature proseguirono piegando leggermente verso nord: davanti a loro la grigia terra punteggiata di verde si raggrinziva, mentre in basso la pianura cedeva il passo a colline brulle, sulle quali le rare tende dei pastori e le piccole greggi sembravano disegnate. Dalla sommità dei crinali che ne dominavano il corso, l’Harï rūd parve d’un tratto comprimersi tra i fianchi delle montagne, le cui sommità s’inseguivano monotone verso settentrione, quasi onde increspate dirette all’orizzonte. Abbandonato il fiume, il paesaggio, man mano che procedevano verso est, diveniva più aspro, quasi ostile. Profonde forre solcavano il terreno con andamento irregolare e massi grandi o più piccoli, levigati dal vento, vigilavano in precario equilibrio dalla sommità dei colli. La particolare colorazione delle superfici, una scala di beiges interrotta da improvvise striature nere o marroni, rendeva il paesaggio inquietante quanto la morfologia del terreno. Ben più a nord, difficile da raggiungere dall’unica e pericolosa strada, la piccola fortezza Bastiani di Bala Mourghab. La formazione proseguì il volo verso est, costeggiando crinali rocciosi sempre più alti e frastagliati, senz’alcuna logica simili a schiene pietrificate d’antichi draghi. Come il paesaggio, cambiarono gradualmente anche i colori: al grigio e beige delle scaglie dorsali degli antichi mostri, lungo i cui fianchi erosi le pietre franate disegnavano il costato, s’aggiunse il marrone chiaro degli strati di roccia che sostenevano la base d’un grande contrafforte dalla piatta sommità popolata di pietre e sassi, formidabile posizione a presidio del nulla. Con un’ampia virata le due creature sfilarono accanto all’imponente formazione rocciosa le cui lisce pareti, consumate come tufo o arenaria, si presentavano però formate, verso la sommità, da un compatto strato di massi color marrone. Giunti sopra nuovi crinali ne seguirono armoniosamente l’andamento salendo e scendendo di quota, inseguendosi, nel riverbero della luce, lungo le dorsali di quei monti alti più tremila metri: talvolta, in presenza dei primi agglomerati di capanne incuneati tra i monti, variavano improvvisamente la direzione e la velocità, dando origine ad un elegante balletto, che terminò solo quando i rilievi cominciarono a digradare verso una pianura al cui orizzonte apparivano alte montagne innevate. Il lungo volo veloce e le strane evoluzioni compiute non avevano stancato quegli esseri forti che si diressero, con andatura più regolare, verso un lontano centro abitato, concedendosi contenute oscillazioni di soddisfazione che consentivano loro di valutare l’ampiezza della pietrosa valle, solcata in lontananza da un fiume e racchiusa dalla cornice dei monti dalle cime candide. Si posarono infine, e placato gradualmente il loro affanno, sostarono a luogo sotto il sole, immobili e silenziose.

(…)

L’incanto si ruppe a metà pomeriggio quando piloti e tecnici, seguendo rigorose procedure, destarono dal torpore le due macchine: ai primi sgraziati stridii fece seguito il sibilo delle turbine, quindi si diffuse ampio, nell’aria, il cupo e ritmico suono dei motori. Alcuni soldati salirono con arma, elmetto e flack jacket indossata, seguiti dai mitraglieri in tuta nera alla dodici e sette, sorta di Darth Fener con casco, visiera, e maschera sagomata d’ugual colore. I due elicotteri s’alzarono in volo ruotando vorticosamente le pale: ancora pochi attimi di stallo ed avrebbero aggredito l’aria, con rinnovato accanimento, per l’intero il viaggio di ritorno.

Il loro sordo rumore riempiva ormai la valle, mentre la base lituana di Chacharan, sotto di loro, diveniva sempre più piccola e lontana. Dai portelloni laterali lasciati aperti per consentire il brandeggio delle Browning, l’aria tornò a sferzare i loro volti e ad accanirsi sui mitraglieri, che, seduti su piccole panche vincolate da nastro e ganci al pianale, sorvegliavano lo scorrere del terreno sotto di loro. I velivoli seguivano, in senso inverso, una rotta simile a quella del mattino, ma non speculare, per scongiurare la necessità di dover rispondere a quel genere di saluto frequentemente indirizzato, da terra, ai velivoli.

Ben presto i rilievi li costrinsero a salire e scendere di quota per mettere in scena quello strano balletto la cui coreografia era dettata dalla semplice necessità di sottrarsi alle insidie. Sorvolarono nuovamente, mantenendole a distanza, le bigie casupole poste nelle anguste, elevate vallette, raggiunte da tortuosi sentieri che si snodavano lungo obbligati percorsi. Superato il grande contrafforte ed una nuova, inquietante, moltitudine di quei crinali rocciosi simili a creature fossili, piegarono più a sud, sino a giungere ad un paesaggio meno aspro, caratterizzato da monti non più separati da gole improvvise e forre profonde. Alla luce più tenue del pacificato paesaggio alcune misere greggi, spaventate dal rumore, si sparpagliavano su terreno, solo accennando ad una stanca fuga. Fu all’improvviso, a 250 metri di quota, che ripetuti scoppi con forti bagliori fecero vibrare l’elicottero, dietro il quale s’allungarono nel cielo lunghe scie d’intensa luce bianca ed azzurra: fleurs. Le lucenti comete lanciate dai velivoli disegnavano nell’aria i loro eleganti inganni, rilasciando l’intenso calore destinato ad attirare la guida termica dei missili spalleggiabili. No problem Sir, it’s only a caution!

Il mitragliere spagnolo di destra spiegò a gesti, indicando traiettoria e punti d’impatto, che su questa verticale l’elicottero aveva precedentemente incassato due colpi d’arma da fuoco. I piccoli fiori luminosi che, abbandonato il terreno, salivano velocissimi a baciare le lamiere dell’abitacolo rappresentavano infatti il benvenuto indirizzato agli elicotteri dalle creature irose, se non disponevano di meglio. Il volo continuava rapido, salendo e scendendo di quota, a formazione allargata o più stretta, sempre scandito dal ritmico pulsare dei motori e dalle velocissime frustate inferte all’aria delle pale; poi gli elicotteri si tuffarono nella vale dell’Harï rūd, e lo sorvolarono sin quando il fiume fangoso s’allargò nell’ampia pianura grigioverde, dove una lieve brezza muoveva le verdi, ma rade, fronde degli alberi vicini al fiume. Sorvolati alcuni insediamenti prossimi alle rive, la formazione diresse verso Herat, giungendo a destinazione da sud, per evitare l’area posta a nord est dell’aeroporto: quella dei problematici villaggi posti lungo l’allineamento Kowrt, Dāshān, Sīāmashan. Quando si posarono sul terreno, sollevando quella polvere che la calda stagione del vento presto avrebbe diffuso per settimane, la luce s’era fatta tenue, l’aria più sottile ed i colori erano divenuti morbidi e sfumati, come ai tempi dell’antico poeta Jami.





Lamento civile

15 02 2009

Accade, finalmente. La porta si è chiusa. Per chi è rimasto, solo il lamento.

Dopo i rumores assordanti e cacofonici, emessi come scorie inquinanti l’onestà di pensiero, fuoriusciti da verbifici opulenti e tronfi di non pensiero, eruttati impie sulla dignitas della persona fendendola di follie verbali, solo il silenzio.

Parolai giocano, saltellano tenendosi in bilico tra il non senso e l’assenso, pungolando, stuzzicando, farneticando, strisciando, entrando con violenza nell’intimo altrui.

Parolai dall’opinione volteggiante, che effondono effluvi di certezze , che dispensano almanacchi e lunari nuovi, che leggono nella vita, nella morte.

Senza sapere.

Circensi equilibristi della parola che profondono il verbo.

Silenzio. Triste solitario y final. Ad Eluana.

omnes eodem cogimur, omnium

versatur urna serius ocius

sors exitura et nos in aeternum

exilium impositura cumbae.

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“Riflessione sul solstizio d’inverno” di Alberto Bajardi

8 02 2009

Mentre l’anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale, il 21 dicembre.

II respiro della natura è sospeso, nell’attesa di una trasformazione, e il tempo stesso pare fermarsi. Non più erba,ma sterpi anneriti dal gelo, non luce né tepore.

E’ uno dei momenti di passaggio dell’anno, forse il più drammatico e paradossale: l’oscuritá regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle brume invernali.

Così, come nel quotidiano, in ogni semplice azione, siamo coinvolti da curiosità, interessi, passioni, stanchezze, che spesso non riusciamo a coordinare razionalmente, così nel decorrere delle stagioni della vita, siamo a volte trainati o sospinti da una specie di temporale affaticante, quasi da una bufera, gelida e pungente, di nefandi incontri e di grandi e piccole contrarietà.

La natura stessa parrebbe rifiutare l’azione, spingere all’oblio, celarsi nelle tenebre, negare la propria vitalità, costringerci e costringersi ad uno sfinimento che dal sonno scivola, sotto la neve, alla morte.

Quante volte è accaduto, quante volte accade…

È come essere di vedetta isolato in un bosco d’inverno, dopo giorni di cammino, sempre di pattuglia, poco il riposo, scarso il cibo, insistente la stanchezza, ottenebrata la mente.

Si fatica a pensare, si disperdono i ricordi vivaci e positivi, ogni fibra del corpo spossata, ogni senso intorpidito.

Sempre buio, anche nelle ore di giorno grigiore e nebbia, pioggia e neve, vento e gelo.

Quasi che le umane vicissitudini si fondessero alla pesantezza della stagione, in un crescendo sommesso ed in un silenzio assordante.

Si è stanchi, si marcia appesantiti, scoraggiati, sfiduciati.

La solitudine, il senso di orientamento che vacilla, la saldezza delle convinzioni che traballa, la fatica prolungata, macigni che riempiono il nostro zaino di esperienze accumulate.

Sembra che il sole non possa più ritornare, quasi non ci fosse, quasi non esistesse più nella nostra vita un caldo sorriso, una parola di conforto, una voce amata.

A volte questa marcia forzata nel fango al ginocchio, sempre controvento, stremati ed impauriti, fisicamente allo sfinimento, con gli spallacci dello zaino greve che segano le spalle, il tascapane svuotato, la borraccia vuota, le ultime cartucce inumidite, ci sembra infinita, insensata, assurda, soverchiante.

Allora, nel segreto e nel silenzio della riflessione individuale e profonda, mai domi, mai piegati, cerchiamo e ritroviamo le profonde motivazioni, rinnoviamo le speranze, riviviamo gli istanti di gioia e di allegria.

Rinnoviamo noi stessi, ritroviamo i veri, profondi, motivi di essenza e di esistenza, accettiamo serenamente i nostri limiti ed i nostri sforzi.

Sostiamo, a rinfrancare lo spirito ed il corpo, ascoltiamo noi stessi.

Rielaboriamo le gioie, le allegrie, le esperienze, le traversie, le malattie, le persone care presenti e passate, i successi e gli insuccessi.

E allora la vedetta sperduta si rende conto di non essere sola.

Altre voci nella nebbia della tormenta, che prima pareva di non poter udire, assordata dalla pioggia, distratta dal silenzio.

Altre pattuglie perlustrano il bosco, alla ricerca.

Altri uguali, animati dallo stesso spirito curioso e vivace di verità e di vita, scandagliano la notte, decisi, caparbi, stanchi e testardi.

Lampade preservate con parsimoniosa attenzione, sempre mantenute efficienti e preparate, vengono tratte dal profondo dello zaino ed ora sciabolano la notte.

Lanciano sprazzi di luce nei roveti, nel fitto intreccio del bosco, indicatori della via e della strada, segnali della presenza, rassicuranti, modeste e dignitose.

E lungo l’impervia mulattiera, verso la cima, pian piano, rispettosa del passo di ciascuno, si raggruppa e si riforma la colonna, si ricompatta; arricchita dalle personali diversissime esperienze di ognuno, accomunata dalla fatica, affratellata dalla gioia semplice e schietta dell’incontro.

E non è mai un serpentone salmodiante di ignavi intruppati per il desiderio di non sentirsi soli, o per la necessità di sentirsi accettati, o di compiacere, o di apparire, o di far parte di qualcosa a tutti i costi, anche rinnegandosi o facendosi usare.

E’ invece, e dev’essere, ed è, semplicemente, un camminare assieme ed un crescere interiore che si arricchisce nell’incontro, nello scambio, nel conoscere nuovi amici e nel ritrovarne di persi di vista, consci e liberi ciascuno delle proprie individualità, delle proprie storie, delle proprie vite.

Ed il cerchio delle stagioni, come il Cerchio della Vita, si rinnova.

E la natura ci rammenta che il freddo, la neve ed il ghiaccio che a volte ci attanagliano sono utile parte di un ordinato, preciso svolgersi, utili e necessari elementi che preparano la Terra al risveglio primaverile, neve che protegge, acqua che irriga, affinché poi i semi abbiano il giusto per ben fiorire e dolcemente fruttificare.

Adeguati gli elementi, per la meraviglia dell’estate, nel trionfo della luce.

Precise le alternanze, affinché l’autunno sia maturità e conservazione vigile del buon raccolto, fortificazione dello spirito e del corpo, preparazione ad un altro inverno.

Troviamo le pause, ascoltiamo il nostro corpo, riflettiamo nell’animo, vagliamo nel silenzio, rileggiamo i segni ed i simboli.

Nessuna colonna giunge alla vetta se non quando ciascuno, e tutti, sono adeguatamente preparati ed attrezzati.

Ed in forza dell’apporto di ognuno, secondo le proprie abilità, attitudini ed inclinazioni, vi è la forza dell’assieme, la ricchezza dello sforzo, la sicurezza del procedere, la libertà dell’aderire, la gioia del risultato.

Sempre consapevoli che una base raggiunta è partenza per la successiva tappa, sempre convinti che franchezza, correttezza, equità e dignità sono le nostre sole armi.

Sempre rispettosi delle altrui libertà e sempre determinati nelle nostre libertà.





Le talpe di Gaza

3 02 2009

Scavano, scavano. Crateri profondi e risucchianti umori vitali. Camminano, camminano. Nel mondo rovesciato. Dentro. Viaggio a ritroso nel ventre fecondo.

Soprasotto, lucebuio. Percorso obbligato, scandito, impregnato di vite per la vita.

Sabbie umide, rimosse da poco, odore acre. Camminano, camminano schernendo la terra che vuole riprendersi la sua terra.

…e come degli uomini ce n’erano rimasti tanti, o schiacciati, o smarriti nel buio, e che camminano da anni e che camminano ancora, senza poter scorgere lo spiraglio del pozzo da cui sono entrati….

Pasto vorace di uomini e merci. Merci ingoiate , transitate e partorite alla vita per le vite.

Scarpe, cibo, televisori, armi. In un’osmosi nevrotica di necessità.  In un abbraccio vitale di uomini e merci.

E la terra violata nel suo segreto?  Guarda la vita frenetica, vibrante nelle sue viscere. Non può attendere il mondo quaggiù.

Il buio è per la vita.





Raffaele Cantone – Solo per giustizia

24 01 2009

Solo un uomo. Solo un cittadino in prima linea.  Il servizio allo Stato nella quotidianità, la volontà di non essere eroe. Nessun titanismo. La coscienza di agire per l’ideale concreto di democrazia.

Uomo e magistrato: solo per giustizia.

Testimonianza per i giovani presenti.  Per le menti che si forgiano sull’esempio buono di altre. Parole già sentite, che riempiono e ingombrano il nostro quotidiano. Il cui significato si perde, nella confusione e  nell’ambiguità del linguaggio. Vuol dire, ma può voler dire, dipende dal contesto… Parole abusate da restituire alla loro forza.

Democrazia

Politica

Coscienza civica

Responsabilità

Azione

Legalità

Giustizia

Civiltà

Nazione

Riflettendo sulle parole e auscultandole. Senza mistificazioni.

Anche da qui si può cominciare.

Anche da qui si può guardare più in là.





Libertà – parte terza

19 01 2009

Offensiva del libero pensiero, svilente delle diversità la presenza a tutto campo di Michele Santoro.

Ma soprattutto insidiosa, pericolosa per le giovani generazioni, di israeliani, di palestinesi, di italiani che, incontrollati, scagliano messaggi di intolleranza immessi e fissati nelle loro menti in divenire da una società senza identità, incapace di guardare a quella altrui, che non sa riconoscersi nel cammino di civiltà .  Società allo sbando, alla ricerca di un pensiero qualsiasi.

Quello di oggi. Domani un altro. Quello di altri.

Facile e immediato eliminare il contraddittorio con l’uso offensivo della parola.

L’aggressività verbale produce effetti roboanti, osannati a furor di popolo, ma impedisce di discernere.

Di uscire dallo stato di minorità.





Libertà – parte seconda

18 01 2009

Ogni riflessione, conoscenza, confronto, opinione, dialogo, rumore mediatico porta alla medesima sensazione di impotenza.  Parole scandite, vomitate in un tempo sempre più dilatato, che dovrebbero dipanare il razionale dall’irrazionale, al di là del torto o della ragione. Parole che invece non incidono. Non frantumano la linea di demarcazione del non incontro.  Teatro afasico in cui la parola rimbalza inafferrata.

Desiderio irrefrenabile di apnea per rimparare a respirare, con la mente e con l’anima, da soli.

Un film. E la linea di demarcazione del non incontro si confonde e confonde l’inafferrabile.

Parole di potenti non incidono, non penetrano la babele del torto e della ragione mentre sguardi eloquenti di impotenti afferrano l’inafferrabile. Frantumano il muro di incomprensioni.

Il giardino di limoni” ( Lemon tree) di Eran Riklis : metafora pregnante che suggerisce l’alternativa. Che è lì, sullo schermo, nella casa di ognuno, a portata di mano. Purchè liberata dai pregiudizi, dalla cecità, dai torti e dalle ragioni incrostate. Per un tempo finito, circoscritto ma pulsante, disarmante, emozionante, si respira ancora, da soli. Il profumo dei limoni, il giallo che illumina , l’asprezza sinestetica. Sospesi e fluttuanti nella distesa di piante di limoni, testimoni vivi di memorie, di desideri e di attese, vigorosi nel loro ergersi in un contesto di diffidenza, paura, morte, desolazione, soffriamo con Selma.

Che quelle piante ama, cura. Per le quali si erge sui potenti, vigorosa e potente negli sguardi. Potente perchè misurata nei gesti e nelle parole.

Il dramma, tutto e fortemente suo, di espropriazione del giardino di limoni giunge sottovoce, ma nitido. Così il suo messaggio frantuma il muro. Perchè gli sguardi opposti si incrocino e  trasmettano la loro quotidianità, attendano pazienti ma vivi che i fili si snodino dall’irrazionale per riannodarsi in una social catena. Per uscire dalla barbarie.

Al di là dei torti e delle ragioni.

Il muro rimane per chi non legge negli occhi di Selma.








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