L’esoscheletro presentava lo stesso colore scuro del cervo volante e dal suo corpo tozzo spuntavano due lunghe e mobili mascelle, simili a quelle del cervo; quando si sollevò dal suolo, seguito a breve distanza da un secondo esemplare della medesima specie, ruotò di 45 gradi, puntò verso est piegando leggermente il muso e, raccolte le proprie forze, si lanciò rapido in avanti, scivolando sulla pianura.
Procedevano spediti nel cielo un po’ fosco del mattino primaverile volando sfalsati e mantenendo le distanze con l’elasticità che la piccola formazione richiedeva; seguivano il corso del fiume, ch’era fiancheggiato da basse case di paglia e fango dal tetto a cupola, marroni come l’acqua limacciosa che, scorrendo lenta in direzione opposta, fluiva verso ovest.
Visti dall’alto i miseri canali artificiali per l’irrigazione parevano solchi lasciati sul terreno dalle dita d’una mano, nel tentativo di convogliare l’acqua verso l’arida terra lontana dal fiume. Gruppi di case abbandonate, semi cadute, si alternavano ad insediamenti ben tenuti, cinti da muraglie in terra. Cancellate in ferro erose dalla ruggine serravano i cortili delle case e gli spazi comuni punteggiati da figure umane, mentre alcune vetture, in lontananza, arrancavano lungo strade sconnesse. Allontanandosi dalla città gli insediamenti, che inizialmente scorrevano in rapida e monotona frequenza, diminuirono sempre più, sino a scomparire del tutto. Oltre Salimi le due strane creature proseguirono piegando leggermente verso nord: davanti a loro la grigia terra punteggiata di verde si raggrinziva, mentre in basso la pianura cedeva il passo a colline brulle, sulle quali le rare tende dei pastori e le piccole greggi sembravano disegnate. Dalla sommità dei crinali che ne dominavano il corso, l’Harï rūd parve d’un tratto comprimersi tra i fianchi delle montagne, le cui sommità s’inseguivano monotone verso settentrione, quasi onde increspate dirette all’orizzonte. Abbandonato il fiume, il paesaggio, man mano che procedevano verso est, diveniva più aspro, quasi ostile. Profonde forre solcavano il terreno con andamento irregolare e massi grandi o più piccoli, levigati dal vento, vigilavano in precario equilibrio dalla sommità dei colli. La particolare colorazione delle superfici, una scala di beiges interrotta da improvvise striature nere o marroni, rendeva il paesaggio inquietante quanto la morfologia del terreno. Ben più a nord, difficile da raggiungere dall’unica e pericolosa strada, la piccola fortezza Bastiani di Bala Mourghab. La formazione proseguì il volo verso est, costeggiando crinali rocciosi sempre più alti e frastagliati, senz’alcuna logica simili a schiene pietrificate d’antichi draghi. Come il paesaggio, cambiarono gradualmente anche i colori: al grigio e beige delle scaglie dorsali degli antichi mostri, lungo i cui fianchi erosi le pietre franate disegnavano il costato, s’aggiunse il marrone chiaro degli strati di roccia che sostenevano la base d’un grande contrafforte dalla piatta sommità popolata di pietre e sassi, formidabile posizione a presidio del nulla. Con un’ampia virata le due creature sfilarono accanto all’imponente formazione rocciosa le cui lisce pareti, consumate come tufo o arenaria, si presentavano però formate, verso la sommità, da un compatto strato di massi color marrone. Giunti sopra nuovi crinali ne seguirono armoniosamente l’andamento salendo e scendendo di quota, inseguendosi, nel riverbero della luce, lungo le dorsali di quei monti alti più tremila metri: talvolta, in presenza dei primi agglomerati di capanne incuneati tra i monti, variavano improvvisamente la direzione e la velocità, dando origine ad un elegante balletto, che terminò solo quando i rilievi cominciarono a digradare verso una pianura al cui orizzonte apparivano alte montagne innevate. Il lungo volo veloce e le strane evoluzioni compiute non avevano stancato quegli esseri forti che si diressero, con andatura più regolare, verso un lontano centro abitato, concedendosi contenute oscillazioni di soddisfazione che consentivano loro di valutare l’ampiezza della pietrosa valle, solcata in lontananza da un fiume e racchiusa dalla cornice dei monti dalle cime candide. Si posarono infine, e placato gradualmente il loro affanno, sostarono a luogo sotto il sole, immobili e silenziose.
(…)
L’incanto si ruppe a metà pomeriggio quando piloti e tecnici, seguendo rigorose procedure, destarono dal torpore le due macchine: ai primi sgraziati stridii fece seguito il sibilo delle turbine, quindi si diffuse ampio, nell’aria, il cupo e ritmico suono dei motori. Alcuni soldati salirono con arma, elmetto e flack jacket indossata, seguiti dai mitraglieri in tuta nera alla dodici e sette, sorta di Darth Fener con casco, visiera, e maschera sagomata d’ugual colore. I due elicotteri s’alzarono in volo ruotando vorticosamente le pale: ancora pochi attimi di stallo ed avrebbero aggredito l’aria, con rinnovato accanimento, per l’intero il viaggio di ritorno.
Il loro sordo rumore riempiva ormai la valle, mentre la base lituana di Chacharan, sotto di loro, diveniva sempre più piccola e lontana. Dai portelloni laterali lasciati aperti per consentire il brandeggio delle Browning, l’aria tornò a sferzare i loro volti e ad accanirsi sui mitraglieri, che, seduti su piccole panche vincolate da nastro e ganci al pianale, sorvegliavano lo scorrere del terreno sotto di loro. I velivoli seguivano, in senso inverso, una rotta simile a quella del mattino, ma non speculare, per scongiurare la necessità di dover rispondere a quel genere di saluto frequentemente indirizzato, da terra, ai velivoli.
Ben presto i rilievi li costrinsero a salire e scendere di quota per mettere in scena quello strano balletto la cui coreografia era dettata dalla semplice necessità di sottrarsi alle insidie. Sorvolarono nuovamente, mantenendole a distanza, le bigie casupole poste nelle anguste, elevate vallette, raggiunte da tortuosi sentieri che si snodavano lungo obbligati percorsi. Superato il grande contrafforte ed una nuova, inquietante, moltitudine di quei crinali rocciosi simili a creature fossili, piegarono più a sud, sino a giungere ad un paesaggio meno aspro, caratterizzato da monti non più separati da gole improvvise e forre profonde. Alla luce più tenue del pacificato paesaggio alcune misere greggi, spaventate dal rumore, si sparpagliavano su terreno, solo accennando ad una stanca fuga. Fu all’improvviso, a 250 metri di quota, che ripetuti scoppi con forti bagliori fecero vibrare l’elicottero, dietro il quale s’allungarono nel cielo lunghe scie d’intensa luce bianca ed azzurra: fleurs. Le lucenti comete lanciate dai velivoli disegnavano nell’aria i loro eleganti inganni, rilasciando l’intenso calore destinato ad attirare la guida termica dei missili spalleggiabili. No problem Sir, it’s only a caution!
Il mitragliere spagnolo di destra spiegò a gesti, indicando traiettoria e punti d’impatto, che su questa verticale l’elicottero aveva precedentemente incassato due colpi d’arma da fuoco. I piccoli fiori luminosi che, abbandonato il terreno, salivano velocissimi a baciare le lamiere dell’abitacolo rappresentavano infatti il benvenuto indirizzato agli elicotteri dalle creature irose, se non disponevano di meglio. Il volo continuava rapido, salendo e scendendo di quota, a formazione allargata o più stretta, sempre scandito dal ritmico pulsare dei motori e dalle velocissime frustate inferte all’aria delle pale; poi gli elicotteri si tuffarono nella vale dell’Harï rūd, e lo sorvolarono sin quando il fiume fangoso s’allargò nell’ampia pianura grigioverde, dove una lieve brezza muoveva le verdi, ma rade, fronde degli alberi vicini al fiume. Sorvolati alcuni insediamenti prossimi alle rive, la formazione diresse verso Herat, giungendo a destinazione da sud, per evitare l’area posta a nord est dell’aeroporto: quella dei problematici villaggi posti lungo l’allineamento Kowrt, Dāshān, Sīāmashan. Quando si posarono sul terreno, sollevando quella polvere che la calda stagione del vento presto avrebbe diffuso per settimane, la luce s’era fatta tenue, l’aria più sottile ed i colori erano divenuti morbidi e sfumati, come ai tempi dell’antico poeta Jami.
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